e in uno squarcio di naturalezza generale, vi ho visto abbandonare ogni perplessità e irragionevole pudore, e togliervi pantaloni e magliette come strappando una pagina da un giornale di moda, e cominciare a provare tutto il negozio, anche i muri magari, la calce viva se si potesse sulla pelle, mettendovi indosso tre quattro dieci abiti insieme, trasformandovi in manichini da vetrina al cambio stagione, o in bruchi da moda che attendono di essere farfalla: onnivore divoratrici di bellezze da indossare, fameliche bulimiche ossessionate dalla svendita totale di vestiti di cui non avevate bisogno, ma se c’è la svendita vuoi bestemmiare, vuoi rimanere a casa a leggere o fare l’amore?
e poi mi sono visto anch’io, ed ero lì, non molto diverso da voi, solitario cazzo tra migliaia di cosce e appendini caduti, sempre sul punto di inciampare, cercavo di restare in piedi e proseguire verso la cassa coi vestiti fin sulla testa, e le urla isteriche Questo è mmmio!, tra schiaffi e strappi di capelli e pugni in faccia per quel gilet che fa tanto Ottocento e lo vorrei indossare nuda con i peli della fica in bella vista, pettinati però, che se no fanno disordine e il gilet diventa inutile, e quasi sciatto se poi sotto ci lasci i peli arricciati.
uscito dal negozio, sono rimasto a guardare dalla vetrina il campo di battaglia. a terra, le macerie dei vestiti abbandonati, lasciati lì a marcire perché Tanto non era la mia taglia; in alto, sugli appendini, pochi vestiti ancora intatti, sono le foglie superstiti che il vento della moda non ha saputo strappare: cadranno da sole nella notte a negozio spento, per assenza di linfa o per effetto del cambio stagione.
Seduto dentro il bar a colazione, butto l’occhio ancora semichiuso dal sonno sopra quel non-giornale che è “Leggo”: il 18 settembre 2009 titola “STRAGE INFINITA” e, sopra, in piccolo, “Afghanistan, morti anche 15 civili” (il corsivo è mio). Credo che sia in questo “anche” la sottile linea che divide il presunto noi dagli altri, i valorosi eroi dell’italica patria (non richiesti da una buona parte della popolazione) opposti a loro, la popolazione sfigata che vive sotto le bombe o gli attentati quotidiani: persone non italiane, quindi chissenefrega di che volto avevano (volti, quelli italiani, ben mostrati dai media già da ieri sera).
una morte maschia, italica, (ri)pugnante, è una morte più nobile? questa morte militare, marziale, così prevedibile (anche se non sai mai chi colpirà), questa morte quasi cercata, aleggiata, è forse più vera e “valida” di una morte anonima, sfigata, non richiesta ma trovata sul cammino quotidiano? se la morte ha un senso, ce l’ha uguale per tutti, e se non ha senso, non ce l’ha per nessuno.
viva li taglia.
fine del comunicato_________________________________________________________________
avevi l’abito nero indosso, con le spalline strette, una riga per spalla, avevi l’abito scuro ma non era da lutto, e assorbiva il calore dell’estate, tramandandolo alla pelle come una storia millenaria, era l’aria di giugno col gelsomino incorporato, e le api lo corteggiavano anche più del tuo naso. avevi indosso quegli occhi tra il chiaro e lo scuro, ma non c’era bisogno degli occhiali perché ti coprivo io dal sole, così mi hai detto “spostati più in là, per favore”, e l’unico posto per non farti ombra era al di là della tua testa. ti guardavo al contrario per la prima volta: le figure capovolte sono più difficili da riconoscere, e scoprivo per la prima volta il tuo piede, il tuo ginocchio, separati dal tuo corpo, oggetti unici di una preistoria amorosa. “se ti carezzo ti faccio ombra, ma devi decidere: le mie carezze, o il sole”. quando siamo tornati dentro , l’abito nero è rimasto fuori sulla sdraio, a tenerci il sole in caldo fino alla sera.
ascolto i discorsi degli studenti avvolti in una nuvola, un pomeriggio quasi di pioggia, ma che non arriva. si fuma in uno spazio ridotto, le voci restano intrappolate nelle correnti delle sigarette. la maggior parte degli studenti è assolutamente inserita, senza saperlo, nella logica capitalistica delle produzione del sapere. un sapere sterile, accomodante, pieno di formule o leggi, e senza riflessione. “il professore vuole il capitolo otto, il sette non lo chiede mai, è inutile farlo”. non si studia per imparare una visione del mondo e criticarla, non si studia per esercitare la mente e ampliarla: si studia come comprando un blocchetto di sapere per rivenderlo al miglior offerente. e se poi si riesce a portare al professore di turno un bel pacco incartato di nozioni – ma vuoto dentro – il trucco riesce. il professore si tiene il pacco, non lo scarta, lo studente se ne esce col suo bel voto. e dopo pochi minuti, il pacco s’affloscia, e lo studente se ne torna a casa altrettanto svuotato, pronto a rigonfiarsi per il prossimo esame. basterebbe uno spillo per far saltare in aria tutta una pseudocultura, e lo spillo è la domanda qualsiasi, quella “che non è nel programma”. come se le domande fossero anch’esse già scritte, e il gioco fosse, impara le domande e le risposte a memoria, né più né meno come a un telequiz. e se poi al nozionismo si aggiungono un bel paio di tette, o una voce elegante, una postura attraente (studente o studentessa che sia), il voto sale e gonfia l’orgoglio dell’esaminante di turno. ma che bell’interrogatorio che mi sono fatto, ma come ha risposto bene a quello che volevo farmi dire!
le eccezioni piovono dal cielo, certo, e filtrano dai tetti mai riparati del palazzo: ho visto passare professori eccelsi, veri pedagoghi, e altrettanti studenti pronti, e mai schiavi. ma le eccezioni bastano a trasformare un sistema scolastico, un sistema che è lo specchio del mondo, dei rapporti di lavoro, dei rapporti umani in genere, che quasi mai escono dalla logica servo-padrone? la cultura non è un dominio, mai, bensì un avvicinamento, mai urlato, ma ostinato, costante. una forma di critica continua, nello spazio e nel tempo, che non si può sgonfiare perché è fatto di carne vera e di pensiero e di ossa che si tramandano. occorre darle sfogo, che la cultura è come l’amore, e può succedere a tutti.
topolino era di destra, saputello, giustizialista, ma una destra almeno onesta, rockerduck era berlusconi coi suoi amici coglioni, paperino proletario che ha tradito rifondazione, attratto dalla lega o dalla ceneri della dc –pd, partito democraticocristiano, la speranza dei soldi, il rifiuto del vicino diverso, paperoga era il voto disperso, un po’ casuale, qui quo qua per fortuna non votavano, nonna papera votava per il più telegenico del momento, zio paperone lasciava gli altri a votare, e si godeva l’aumento del deposito in qualunque epoca politica, fasci o non fasci erano sempre affari, come alla fiat, minnie e paperina erano schiave del casalinguismo che aveva dimenticato in fretta il ’68 per un modello di tranquilla accettazione e messa a tacere del potere immenso clitorideo, dio non veniva mai pronunciato per non creare scontri morali: non ho mai visto nessun eroe rivoluzionario, nemmeno paperinik o superpippo, erano solo poliziotti notturni dell’ultima ora, ronde gentili e niente più. l’unico eroe, forse, è stato il marziano eta beta, quello che non veniva preso sul serio da nessuno.
non è vero che i bambini sono sempre bravi e belli. i bambini sono spesso “cattivi”, rissosi, ego centrati, e credono che tutto sia loro e di essere sempre al centro del mondo. esiste poi quella parte del bambino, la fantasia, la creatività, la spontaneità che la cultura “adulta” spesso spazza via crudelmente, per insegnare al bambino a “stare nel mondo”, premiando invece il lato competitivo del bambino, il lato del possesso e della conquista: annullando il lato ludico del bambino, l’adulto ingessato contribuisce a creare altrettanti specchi di sé chepiano piano mettono in soffitta la parte sovversiva, critica, trasformativa e vivono “come gli è stato detto che si fa”: lavoro, famiglia, morte, e qualche svago momentaneo, possibilmente istituzionalizzato (calcio, videogiochi, discoteca o anche concerti, porno, lotterie).occorre fermare questo continuo scempio: le famiglie e le pseudo famiglie (scuola ecc) contribuiscono a creare questo modello di bambino monco, antispontaneo, anche quando sentono di essere “liberali e democratiche”. non basta non tirare schiaffi, se poi si lanciano pugni nella coscienza ogni giorno. se c’è qualcosa da svezzare nel bambino, è quel suo lato ego centrato appunto, quel senso di conquista simile al “mondo animale”, cui la coscienza avrebbe già da tempo dovuto allontanarci. non si capisce (in realtà ho molti sospetti…) perché il lato spontaneo sessuale e gioioso del bambino venga spesso mutilato, mentre venga premiato il lato narcisista e dominatore, la sua competitività valorizzata come sintomo di “sanità” mentre un suoeventuale essere modesto venga sospettato di “devianza” anziché considerato una forma di “pace con se stesso e col mondo”.non è vero che i bambini sono sempre bravi e belli, ma di certo gli adulti sono spesso stupidi, o ancora peggio, stronzi.
oggi ho visto un culetto-paioletto-tondino in un paio di jeans troppo stretti. una piccola croce argentata era stampata sopra la chiappa destra all’altezza della tasca: non capivo se era la sofferenza del piacere per me che guardavo, o la croce di lei costretta a portarsi quel culo così culo dappertutto, senza mai posarlo neppure per un istante: o ancora, la croce che libera da non so quale peccato presunto, o più semplicemente una croce come un logo, carina, identica a mille altri simboli cuciti, che non significano niente, se non il simbolo stesso.
il giorno che è morta mia nonna stavo facendo l’amore. ricordo la telefonata di mamma, era d’agosto, sembrava un bollettino meteo: “I funerali saranno tra due giorni, stasera se vuoi vederla un’ultima volta sarà nella camera mortuaria dell’ospedale”. del resto io l’avrei detto peggio.
quando sono entrato nel salone freddo imbevuto di alcol etilico c’erano già tutti, parenti o amici di nonna Ida. avrei giurato che fossero lì da sempre, come gli affreschi sulle pareti di una chiesa. nessuno aveva avvertito la nostra presenza, nonostante i tacchi di Thérèse, che risuonavano uno a uno amplificati dalle pareti nude verde pallido. “Mettiamoci di lato”, le ho sussurrato, così da non rischiare di parlare con qualcuno dei parenti vivi. poi ho visto quel che presumevo di dover vedere: di sicuro, però, quella cosa non era più mia nonna. “Sembra una mummia” – ho detto nell’orecchio di Thérèse. in particolare, la mummia egizia della gita delle elementari: anche allora non mi era sembrato si trattasse di morti, piuttosto qualcosa come una statua o un soprammobile ingombrante. quindi quello che guardavo nella camera mortuaria cos’era se non era più mia nonna? che cosa aveva di diverso rispetto al giorno prima? certo, la vita, ma allora se corpo + vita = mia nonna, mia nonna meno il corpo avrebbe dato la vita, e dov’era andata questa vita? puf, sparita nel nulla, mentre io ero tutto preso a fare l’amore e non mi ero accorto di niente. fino a quel momento per più di trent’anni la morte mi era stata lontana. sì, qualche insetto, i pesci in pescheria, ma una morte umana mai. mi ricordo avevo visto ammazzare un coniglio da ragazzo, e ci era quasi sembrato divertente, era un giocattolo nuovo da rompere, che in più respirava.
in quella camera oscura mia nonna, che si ostinava nella sua esagerata immobilità, era già la fotografia di se stessa. la schiera dei parenti aveva ripreso vita all’improvviso, sentivo che mi guardavano con la coda dell’occhio, erano dieci cento mille sguardi che si incollavano sulla mia pelle: ho cominciato a tremare, le unghie conficcate nel palmo delle mani, i piedi ballerini, e poi il sudore gelido, dovevo sedermi, ma c’erano tutti quegli occhi su di me, e non volevo che nessuno mi notasse, meglio forse uscire, e per non pensare ti ho guardato, Thérèse, che ogni volta sei la mia salvezza, eri talmente viva in mezzo a tutta quella morte: indosso avevi ancora un po’ del mio odore, e io del tuo, e anche se eravamo in una camera mortuaria ho abbassato lo sguardo in mezzo alle tue gambe, e non potevo non pensare che una parte di me era ancora lì, dentro te, e ostinata risaliva fino alle profondità, e poteva essere la vita che si formava.
poi qualcuno ha portato il coperchio e, senza chiedere il mio permesso, nonna Ida è stata sigillata. mentre gli altri formulavano il rituale, le scintille della fiamma ossidrica illuminavano la sala semibuia. “Andiamo” – ti ho tirato per un braccio e con la puzza di bruciato acida ancora nel naso siamo usciti in strada avvolti dall’aria torrida. “Finalmente si respira”.
esprimere il mio bisogno di respiro come per un vino,
e lo so, avrei potuto usare
una metafora meno esplicita del tipo
il vino decanta
e poi in un’altra strada mettere me come
personaggio
imbottigliato magari dal traffico
e dalla vetrina di un ristorante chic
magari sulla Quinta strada
senza capire una parola del mondo potrei
ascoltare, o al meno immaginare,
il rumore di un tappo che si stappa
l’espressione fissa verso fuori del cameriere,
oltre la vetrata del locale, oltre la strada, oltre me
potrei cantare tutto questo
oppure dirlo in forma di racconto
che suonerebbe più o meno come l’ho detto
o in un modo diverso ma sarei comunque
imbottigliato
avrei bisogno di essere
stappato
nelle orecchie perché sordo
sono diventato
strappato
dagli occhi che pretendono di essere
autosufficienti quando cosa sarebbero senza la possibilità
di toccare
quel che è fermo e quel che si muove?
non so ma tutto questo mi commuove,
in senso etimologico delle lacrime,
per cui mi muovo insieme al mondo,
in questo caso specifico la Quinta strada,
ma potrebbe essere anche un vicolo,
e allora ci sarebbe questo gatto,
che si avvicina e quando sto per sfiorarlo
ecco che passa un taxi, nero,
e i taxi neri portano sfortuna ai gatti,
ma per fortuna in questo caso ci sarei io che
salvo il gatto
e salvo me dal vicolo e salgo sul taxi
insieme al gatto
e vado a raccontare questa storia al tuo mondo
così diverso eppure uguale al mio
se non fosse per un guasto improvviso al motore che
ci lascia ancora una volta
imbottigliati premuti da stappare,
proseguo a piedi e mi sembra di ricordare
se ascolto bene si sente l’acqua
se aspiro a fondo non muoio
e il naufragar non m’è dolce in questo mare
né le elisioni a fine parola
né storie tronche come questa
che si interrompono all’improvviso
quando ricordo che mi avevano invitato altrove
a raccontare, se non ti muovi forse ritorno,
non ti rimane che aspettare, o continuare,
non è difficile, è pieno di storie, basta trovare l’amo
giusto, e poi abboccano, che fesse,
e si lasciano mangiare.
sono tornato. questo lo scrivo e manco lo rileggo, in contrasto ai racconti che sto scrivendo (e qui per ora non ho messo) e che sto cesellando manco fossero statue o forse sì.
ho capito perché da un po’ di tempo non leggevo più per ore senza fermarmi, passando in quell’altro mondo senza rimpiangere questo per un po’ e dispiacendomi quando dovevo staccarmi e tornare a questo mondo perché non potevo più stare in quel mondo, l’ho capito leggendo un libro come non mi capitava da tempo, e lo so che sto usando troppo la parola tempo e altre ripetizioni, ma è un libro sul tempo, ogni libro è sul tempo, ma questo lo è di più: Molto forte, incredibilmente vicino non è solo il titolo del libro che si riferisce alla storia del libro, ma al rapporto tra me lettore e quel libro, o meglio tra me che sono proprio io che leggo ora quel libro, non un lettore generico. poi poco fa mentre ero in pausa libro e sbucciavo una mela dei contadini mi sono accorto di tagliarla senza pensarci proprio come le tagliava mio padre, e se non ci stavo attento lasciavo pure la righetta fastidiosa quella vicino al seme che poi se mangi il buco maltagliato ti resta tra i denti e occorre il filo interdentale: quando mio padre mi sbucciava le mele me le passava sempre col buco e io mi infastidivo e gli chiedevo di togliermi il buco, o meglio, di togliermi lo spazio intorno al buco, dal momento che non si può togliere un buco, ma solo coprirlo, o allargarlo.
L’uomo nero non usa porte o finestre, e nemmeno il camino per entrare. non bussa, né ti chiama con la voce grossa, chiedendoti di aprire. è già lì che ti aspetta, nella casa, da sempre, un tempo che non puoi ricordare perché non eri ancora nato. i tuoi nonni ci avevano provato, se non a distruggerlo, per lo meno ad allontanarlo, in un altro pianeta. anche con loro era cominciato così: poco a poco le pareti della casa, da chiare che erano, appena ridipinte, s’erano fatte più scure, un tono simile alla fuliggine ma con un tratto più insolito, perché sui muri si disegnavano forme semiumane (o così sembravano agli occhi un po’ assonnati degli inquilini la sera). dal sonno al coma c’è la stessa distanza che intercorre tra fede e bugia: i contorni si annacquano, e finisci per credere alle ombre più che ai muri sporchi della tua casa, tanto che inizi a credere che siano stati sempre così: sei tu che ti senti troppo chiaro, non intonato al colore che ha preso la tua casa, la tua città. era successo ai tuoi nonni, ma tu l’hai già dimenticato, tutti balbettano “non è lo stesso evento”, “all’epoca non eravamo preparati”, “l’uomo nero un po’ ci spaventa, ma allo stesso tempo ci dà sicurezza”. “la sicurezza ve la dà iniettandovi paura” – canta una voce fuori dal coro, e tutti a dirgli “stonato!” è così che il direttore dell’orchestra della città fu bandito insieme a fiati, archi, e tutti gli strumenti che non suonavano la marcia militare.
L’uomo nero non usa spranghe o mazze per entrare, né ti minaccia con la sua mole che si estende fino al soffitto e oltre, in solaio, fino a gettare il seme sulla strada, passa un bambino e coglie un fiore nero. “mamma, che colore ha questo fiore?” “il colore dei fiori” – risponde. e tu che guardi dalla finestra in fondo sai che non è vero, e la finestra è l’ultimo riquadro intatto della casa: non ci sono polveri o segni particolari, la cornice ha il colore naturale del legno, mentre tutto intorno la parete è così scura da intonarsi al nero della notte là fuori, e tu ti chiedi “dove sono i colori?”, e la tua voce rimbomba così forte nella casa che non puoi trattenerla. il suono esce, percorre le strade, passa dal municipio deserto dove il sindaco dorme sopra gli allori, tocca i supermercati vuoti e incontra tutti i prodotti i gusti le marche preferite dall’uomo nero. la tua voce s’introduce tra gli spifferi degli appartamenti, sfiorando ogni cuscino, ma non sveglia nessuno: come la voce dei tuoi nonni è inascoltata, arriva alle periferie della città e poi si accosta al corso del fiume, lo segue fino a che si fonde dentro a un altro fiume, galleggia, arriva fino al mare, s’installa dentro una conchiglia vuota, e aspetta compagnia. nessuno lo sa, ma l’uomo nero ha paura.
L’uomo nero non ama condividere gli spazi: basterebbe che abitassimo tutti per un attimo il nostro pensiero per vederlo ritirarsi dalle strade e dalle case, ma soprattutto dalle nostre teste. ci vorrebbe una leggera reazione, ognuno con un minimo sforzo: l’uomo nero vive nel sottofondo diffuso, si riproduce nel rumore marcio che esce dagli altoparlanti, e il suo habitat naturale è lo schermo del pensiero vuoto. “sì, ma da solo, cosa posso fare?”, e la risposta è lì davanti (o poco più in alto), perché ripensi a quella persona che non avevi più considerato, esci di casa passando per i tetti, bussi alla sua mansarda, ti apre, e la sua stanza è tutta chiara, entra la luce dalla finestra, o è quello che ti sembra, anche se fuori tutto ha il colore della brace, e tutto questo ti piace, la persona che non avevi considerato, l’idea che non ti aveva sfiorato, e adesso siete in due, suonate a un altro appartamento, e poi a un altro, suonate così convinti che sembra una musica.
L’uomo nero per ora non si scompone, sono solo pochi casi isolati, la maggioranza è sua, è stato scelto con regolare voto dell’inconscio, eppure non si dà pace: qualcuno nel suo regno pensa con la propria testa, e suona nelle case, sfiora, tocca il mondo ancora con le proprie mani, propone addirittura il ritorno al sole. “non esiste un’energia alternativa alla mia” - pensa l’uomo nero.
Proprio in quel momento tu sorridi, insieme al blackout.
ottobre 2008, scritto per il numero "l'uomo nero" della rivista 123Stella e uscito su carta in edizione super ridotta per motivi di spazio...
sfruttatore delle libere idee, apologeta della militanza, parlavanvera della società, parassita dello Stato italiano con i soldi dei contribuenti, zecca della laicità, pontificatore che distrugge i ponti, pianta gramigna che cresce sulle piaghe di chi già troppo soffre (e potrei continuare), Le chiedo gentilmente, a nome di tante troppe persone che non hanno richiesto il Suo inutile, invadente, superficiale, medioevale (e potrei continuare) parere
e adesso non venirmi a dire di restare calmo, e moderato, se la giustizia non fa il suo corso nemmeno sette anni dopo, se lo sfigato di turno paga, e i bastardi al vertice gongolano e sguazzano nella merda spruzzandoci chili di profumo. ma l’odore si sente a distanza e da vicino, e nessuno si senta escluso in questa vicenda, neanche tu che leggi e ti sei appena alzato o hai fatto colazione, oppure hai da poco smesso di fare l’amore, hai visto un film, hai preso il sole. abbagli, e colpi di spugna asciutta, e sete, sete di giustizia che manca, il tribunale che si sfalda, cade il castello di carte marce, eppure la facciata resta in piedi, ma dentro, dentro sono solo sedie rotte e sangue, stracci che gridano non vendetta ma pubblico addita mento, esposizione di ogni dito sano della società che punta verso tutti i colpevoli, che sfilano a testa bassa in mezzo all’ostracismo della società: banditi da questo mondo, altro che carcere, spediti in un altro pianeta, il pianeta che piace a loro, tutto ordine e manganello, il pianeta di chi ha paura dell’amore e del pisello e della vagina, il pianeta dei lacchè che s’etichettano la giacca un’effige che ha il colore delle vene varicose, e la notte è un po’ più lunga, è troppo lunga quando scendono le botte e non puoi uscire, è una notte interminabile quella del Ventuno Luglio Duemilauno (lo scrivo grande perché fa parte del calendario dei Martiri e Santi, quelli reali e non delle leggende). e adesso se rileggi quanto scritto, e scorri piano le parole forse dallo stomaco ti torna verso l’alto un suono, hai presente quando ti sale qualcosa che non hai digerito dal pranzo, e la notte ritorna, eco, ritornello appunto, ma la strofa è fatta di molotov inventate e botte verissime, di giornalisti comprati e altri messi a tacere. se la scuola potesse parlare come nelle strisce dei Peanuts, dove Sally si sfoga coi mattoni, e quelli le rispondono, se la Diaz potesse parlare, un piccolo miracolo, almeno per una volta, o anche senza parlare, scrivesse sulle proprie mura i nomi dei colpevoli e la storia delle vittime, allora almeno in questo giorno questo sarebbe un Paese in cui saremmo fieri di vivere. questo però non è successo, questo è uno Stato in eccesso di bugie, e se le bugie hanno le gambe corte, evidentemente il vestito dell’Italia si assottiglia, così che il popolo ciecato e poco sovrano non s’accorga dell’inganno di uno Stato nano che proietta un’ombra lunghissima, di fine giornata, e il cittadino sguazza nell’ombra e pensa Ma guarda, questo mio stato è grande, e mi protegge, quando basta togliersi dall’ombra per vedere le torture quotidiane, fuori e dentro la Diaz, perché la Diaz è un simbolo potente e reale, ma la porca Diaz è tutti i giorni, alle manifestazioni, nelle decisioni imposte dall’alto, nei massacri dai ponteggi nelle fabbriche nei call center nelle barche che affondano nei centri di permanenza temporanea ovvero carceri definitivi. e adesso quindi non venirmi a dire Resta calmo, non dire niente, suona fischia e canta, se ti serve un numero noi te lo troviamo subito ma che cazzo me ne frega del tuo numero? datemi un telefono dove mi risponda la giustizia sepolta, datemi l’indirizzo dove trovare una sentenza esemplare, datemi uno straccio di condanna per i potenti, e libertà e giustizia, e nuova linfa per i perdenti. Quello è il numero che voglio comporre, e siamo stanchi di trovarlo occupato distratto o inesistente. Porca Diaz, è la bestemmia che voglio sentire sulla bocca di tutti, non è bestemmia ma preghiera, porca Diaz, se tu puoi fare un miracolo, parla, risveglia tutti dal sonno, e liberaci da ogni segreto di Stato, amen.
lo dicevano, li evocavano, li invocavano e, puntualmente, sono arrivati. ma certo, gli infiltrati, i professori del manganello e del mattone facile sulle vetrine; sono arrivati loro, insieme alle solite veline, non quelle ballerine, bensì i comunicati dei telegiornali che affermano: tremate tremate, i giovani a sassate, i giovani che picchiano e disturbano la quiete pubblica (sarebbe meglio dire il sonno). al contrario, i giovani fanno, distribuiscono, urlano, propongono, acclamano criticano azzurrano il grigio dei palazzi del potere e non alzano le mani, se non per applaudire o battere il tamburo.
lo dicevano, e sono tornati a caricare, a fare di tutta l’erba un fascio, un fascio alto che si stende dal Campidoglio romanamente occupato fino ai dispacci della Lega Botte per arrivare al Forza Mafia tanto caro ai bravi ingovernanti. questo è il regno dei salvatori improvvisati (una repubblica non è mai stata), è il covo dei trafficanti di noia e antinoia, il nido dei cuculi che buttano giù le uova altrui per fare spazio al proprio ego di pulcini ingozzati a odio e divertimento.
lo dicevano, e hanno cercato di portare ancora più rabbia e separazione, ma non ce l’hanno fatta perché qui l’orgoglio è trasversale, lo sdegno è senza classe, l’ira è tragica, greca, e apartitica. i giovani si levano e attraversano ogni giorno le strade, i corpi acerbi le idee mature, la voglia grande, i seni avvolti in un tripudio di festa, i balli di braccia lasciate andare dove si vuole, il sorriso che apre le strade contromano. i giovani avanzano, e non è mai una marcia ma una rosa con i petali che s’infoltiscono di giorno in giorno; i giovani passano, si strusciano, sui marciapiedi e i muri delle case, e lasciano seta, uno sfregare soffice, così che i petali non si strappano, piuttosto sono i muri a cedere, a farsi teneri, a diventare a loro volta morbidi, come la pelle dei passanti e i loro slogan.
lo dicevano, lo speravano, e si è avverato, ma tutto l’opposto: un movimento che ogni giorno cresce, e se ne fotte se per scrivere non c’è più inchiostro, se non c’è carta, se i giornaletti si voltano dall’altra parte. è un movimento che crea da sé l’informazione e la diffonde, una giornata di spore che si posano per generarne altre, nuove, creative o distruttive a seconda del caso e del bisogno, un movimento che è più di un sogno, e per qualcuno è un incubo, ma per chi è nato e vuole crescere libero è l’espressione di una sana ribellione, e non ha un solo nome ma mille, coinvolge anziani bambini alberi, respira da sé senza bisogno d’ossigeno come questa lunga frase, e non si consuma, e ogni giorno è già trasformato, ampliato, rivissuto, come ogni pensiero dovrebbe essere, ma non per questo contraddittorio, smussato, rimangiato: è il movimento che vuole avere voce su ogni cosa, oggi la scuola domani l’ambiente, è il movimento che non delega più niente senza avere il controllo della delega, è un altro modo di fare politica, la distruzione del concetto di classe dirigente.
lo dicevano, tempi bui, e vacche magre per i conti in tasca, ma se le tasche sono vuote, rimane la parola, che poi a pancia vuota si riempie ancor di più di desideri.
lo dicevano, ma non se l’aspettavano, pensavano di rovinare tutto passando inosservati. “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”, cantava Faber ieri, e oggi più che mai.
senza titolo, come una fotografia, scivola via immemore, senza prospettiva, senza titolo, come questo presente che dura e non dura, molle da scivolarci fino ai gomiti, morto da trovarci le decomposizioni, vivo da trovarci le composizioni di un suonatore, le disavventure del sognatore che ha cambiato realtà, non ha più carta d’identità né la città segnata sopra, e apolide sarebbe già qualcosa, un risultato del percorrere città senza fermarsi mai ma no, lui non ha neppure la concezione della città, il riferimento ai paesi eventualmente toccati, perché lui è senza titolo, come questa fotografia, come la noia che non va via e va via, dipende da come leggi tutto questo, da come lo prendi dentro e lo fai crescere, dipende da come hai voglia di reagire alla tragedia dell’anonimato, che invece io amo tanto, senza titolo io vivo meglio, né dottore né operaio, né sposato né cognato, non codardo non leone, non politico non coglione, avvocato, aspirina, ritardato: nessun titolo, nessun nome, solo la strada, il corpo, la pulsazione, senza titolo come questa frase così attaccata, devi leggerla in un fiato, come una risata che si attacca, e non finisce, e non finisce, ma vorresti liberarti, è così bello ridere ma dopo un po’ fa male, è così bello pensare, ma dopo un po’ fa male, se piangi un po’ dopo stai bene, leggi bagnato, piangi ridendo, forza il sistema delle cose, non adeguarti alla direzione del vento, senza titolo, o tutti i titoli del mondo mi puoi dare, solo per te mi lascerò adattare alla leggi della trama, ho solo voglia che mi accada qualcosa, ho tanta voglia di diventare un racconto, che tu mi salga addosso perché ti possa immedesimare, in me, nella mia storia, ho tanta voglia che mi accada qualcosa di diverso, di avere un nome sì, lo confesso, e farmi strada su tutti gli altri, e che le azioni che compio siano memorabili, così potenti da restare impresse non nel passato ma già nel futuro, ho proprio voglia di cambiare strada, e dare un bacio imprevisto, una parola che non t’aspettavi, farti cadere dalle nuvole rivelandoti l’odio per qualche amante a pagina trenta, e proprio quando eri già pronto a credere a lui, farti cambiare idea, farti venire paura ansia ilarità farti pensare cagare addormentare, farti crescere morire ricominciare dal capoverso dopo quando sarò in un’altra stanza con un'altra frase in bocca verso monsieur sto già iniziando a definirmi, a prendere una qualche forma, non so, ho come questa sensazione che in qualsiasi pagina compaia, in ogni scatola pensiero immagine io mi trovi, ovunque vada ovunque muoia e nasca, tu mi seguirai.
o sì, fammi godere così, lurida bastarda, togliti quel vestito bianco rosso a strisce anni settanta, con la scritta dorata che s’intona al trucco che hai dentro, dai, toglitelo piano piano, così, no, aspetta, voglio godermi anche il rumore del tessuto sintetico che scivola via, ecco, finisce a terra, ma sì, voglio strapparlo in mille pezzi il tuo vestito, ma non ci riesco, lo lascio lì, affondo i denti sulla tua pelle scura, cacao fuori, pan di spagna dentro, sì, comincio a sentire sul palato la saliva che si mischia al gusto dell’arancia, il tuo profumo è all’arancia, secondo me c’è scritto pure sulla scritta del vestito, ecco, ti prendo tutta, e ti ingoio in un istante, e aspetto di assaporarti di nuovo, identica e diversa ogni volta, dannata fottuta merendina.
La banda mi fa schifo, la banda e i suoi abiti, la banda mi fa orrore, la banda e i suoi suoni: odio la banda e i suoi ritmi di marcetta da italietta falsopopolare, con la domenica che si porta dietro nelle divise parodistiche, nelle frasi mistiche da guerra senza nemico fiutato nell’aria, negli applausi al tempo di scorreggia del vecchio passante che non passa e si ferma eccome, e acclama il suonatore fiero. Odio la banda anche di più quando marcia, e accelera il passo, e poi comincia a correre, e non si sa se insegua o sia inseguita, dalla fretta dalla paura forse del ridicolo, oppure in fuga dal pensiero lucido dal terrore di non essere altro che una divisa. La banda mi fa orrore, col suo fascismo implicito che culla il pubblico con un motivetto semplice orecchiabile, e così ben visibile (quando invece la musica è trasparenza e trasgressione, bestemmia al motivetto già creato, alla melodia consueta, al prevedibile e già dato). La banda mi fa senso, perché è la condizione del Paese ieri e oggi, il tempo che non passa, il “tutto va bene finché la banda suona”, e invece non va bene un cazzo, bisogna smetterla coi tempi di marcia militare, niente va bene se suona ancora la banda, se il ritmo è rigido e non si può sgarrare, vorrei vedere qualcuno della banda spogliarsi e cominciare a danzare. Allora sì che mi unirei alla banda, sarebbe il segno che qualcosa sta scoppiando dall’interno, e la rivoluzione senza sangue inizierebbe a risuonare.
Da tanto ti voglio sguinzaglierei il mio cazzo in cerca di te, e cercherei negli angoli più impensabili, in ogni strada o ansa dove si senta, anche solo come un’idea, il tuo odore. E se mai ti trovassimo, lascerei il mio Segugio a rovistare in mezzo alle cosce, e poi dentro, recuperando tutto quel che c’è di più prezioso, e se dovesse metterci un anno a trovarti, lascerei il Segugio libero e lontano da me per l’anno intero: lui, in giro notte e giorno con tutti i miei soldi, a bere e a gozzovigliare in cerca di te; io, a casa ad aspettare, senza nemmeno potermi fare una sega, tanto è il bene che ti voglio.
E se tu ti guardassi una volta non dico dentro ma almeno allo specchio, vedresti il nulla che rappresenti, il partito dei Vadoavanti perché qualcuno mi seguirà, se tu ti guardassi meglio allo specchio, non discerneresti la tua immagine perché sei il diavolo moderno, finto intellettuale e finto popolare, falso argomentatore e mera capra che bela sentenze all’ultima moda della lana. E se tu ti guardassi almeno una volta negli occhi, tu sapresti che non hanno colore, e l’iride non appartiene al mondo di chi almeno per un attimo ha provato il pianto. Se tu ti guardassi alle spalle, vedresti i sorrisi dei tuoi compagni tramutarsi in pugnali, e invece cammini sicuro, senza sapere che il tuo amico non è altro che un succhiasangue, la tua ragazza cammina a fianco del tuo potere e non ti succhia nemmeno, che pena, se tu ti guardassi adesso, alla soglia dell’insuccesso, musicastro mai nascente, incipriato di note in pvc usa-e-getta, tu che indossi questa solitudine costosa in giacca e pantaloni, forse non ti parleresti neanche tu, e ti abbandoneresti là nell’angolo, chiudendo porte e finestre, a respirare polvere e stantio, e chiuderesti per sempre la bocca nel mutismo di un qualsiasi fiume.
Mi hai guardato e sono morto senza assoluzione. Potevi muovere qualsiasi gesto, io restavo penetrato, paralizzato, scandalizzato dalla tua bellezza di adolescente, gli occhi più grandi delle mani, le mani più grandi della fessura da cui sarei voluto uscire per respirare.